Tron Legacy – Joseph Kosinski 2010

gennaio 9, 2011

Mi ero già gasato all’idea quando recensii la colonna sonora di Tron di Wendy Carlos nel Giugno del 2009. Quando sono usciti i primi trailer poi.. addio. Questo (forse) eccessivo entusiasmo deriva dall’importanza che ho riposto nella pellicola del 1982, mi spiego: ho sempre visto Tron come una stele nera di 2001 Odissea nella Spazio in miniatura, qualcosa di fortemente simbolico che preannuncia un futuro nuovo, diverso, mmm… evoluto. Per la prima volta viene rappresentato il cyberspazio e le sue implicazioni temporali, funzionali, filosofiche, senza che nessuno sappia ancora come funzioni a livello di programmazione un videogame o un Personal Computer.

Ma arriviamo al dunque. Tron Legacy. Con una frase te lo riassumo così: un film stupendo con un po’ di cavolate madornali.. Va visto più di una volta perchè ci sono un sacco di input e output  che richiedono più di una passata per essere compresi chiaramente. Non a caso i due principali writers del film sono ex militanti di Lost e fedelissimi di J.J.Abrams: Edward Kitsis e Adam Horowitz.

Ho trovato la storia interessantissima, in poche parole i concetti del Tron precedente si evolvono fino ad arrivare alla creazione di un’esistenza utopica che combina gli alti valori umani e il mondo digitale. Aggiungiamoci anche un po’ di filosofia orientale che non guasta mai: la ricerca costante della perfezione porta all’imperfezione durante un processo che smaterializza i nostri ideali iniziali e muta drasticamente la percezione di cosa e come “lo stiamo facendo”. Si raggiungono forse risultati migliori a non fare? Sono tutte domande che Kevin Flynn si pone nella sua cybergabitazione, e qua arriviamo alla cosa che mi ha esaltato di più, la struttura e l’arredamento è ispirato liberamente all’ultima parte di 2001 Odissea nella Spazio dove il concetto di Spazio/Tempo vengono ridotti ai minimi termini come la stessa esistenza: “limitata” alla soddisfazione dei bisogni primari: cibo/bagno/invecchiamento/nascita, questa citazione unita alle problematiche filosofiche di Flynn mi hanno fatto uscire il cervello dalla calotta cranica.

Tutta la parte citazionistica e di rimando a Tron 1982 è stata eseguita in maniera magistrale, l’ufficio e la sala giochi di Flynn Senior sono stati ricostruiti perfettamente, e alcuni elementi del primo film si rivedono nel secondo con qualche miglioria ma senza scaravoltare tutto: una cosa di non poco valore.

Quello che mi ha lasciato perplesso. A livello tecnico il fatto che l’inizio e la fine sia stato girato in 2D per me è uno sbaglio clamoroso. Prima del film ti avvertono della cosa dicendoti comunque di tenere gli occhialini per tutta la durata della proiezione… Io ho resistito 5 minuti poi me li sono tolti, la visione era troppo scura e fastidiosa. E poi c’è Clu, che è il programma con le sembianze di Jeff Bridges fermo al 1986… è fatto veramente da dio, ma si intravede ancora l’artificialità della cosa, e allora fallo vedere poche volte in pieno volto porca vacca invece di sbatterlo sullo schermo in continuazione! Il personaggio Castor interpretato da Michael Sheen mi ha lasciato un po’ così… un po’ troppo rock’n'roll e umano per un cybergspazio. Il cameo dei Daft Punk per me dura troppo, vengono ripresi più e più volte nella stessa scena e gli si rivolge pure la parola. Tron ha un ruolo mooolto secondario (non si capisce perchè questo film continui a chiamarsi Tron… anche se Legacy), è passato dal “lato oscuro” e ha un improvviso cambio di rotta nella fine salvando tutto e tutti…. bhà!

Ma dette queste cose, non bastano a farmi pensare che Tron Legacy sia un film “così così”, perchè tutto il resto è talmente ben fatto e riuscito che rimane a pieno titolo il degno successore del Tron 1982.. che non è un filmetto di fantascienza quasi dimenticato come sostiene Adam Rogers (editor di Wired US e mi riferisco all’articolo su Tron pubblicato nel numero di Gennaio di Wired) altrimenti Lev Manovich non si sarebbe scomodato a citarlo ripetutamente nella sua Bibbia 2.0 il Linguaggio dei Nuovi Media.. dagli una ripassata che è meglio.

Soundtrack… bè qualcosa di incredibile che merita un articolo a parte ;)

Trent Reznor and Atticus Ross – The Social Network

novembre 30, 2010

THE SOCIAL NETWORK
Trent Reznor and Atticus Ross
The Null Corporation 2010.
Joint venture tra due personaggi che dai lati oscuri della nostra civiltà ricavano i loro migliori lavori: il primo è il regista David Fincher (Se7en, Zodiac, Fight Club), il secondo è Trent Reznor: testa dei NIN (e di numerose altre cose) che in questo caso collabora con Atticus Ross (già collaboratore dei NIN e soundtracker). Un incontro che nasce a fatica in quanto appena Reznor sente nominare la parola “facebook” scappa a gambe levate, ma una volta letta la sceneggiatura torna da Fincher, chiede scusa, e si butta a pieno regime (non senza un esaurimento nervoso) nella sonorizzazione del film The Social Network. Sia per Fincher che per Reznor/Ross deve esser stata una bella sfida, nel film non c’è azione, non ci sono omicidii, ma solo il susseguirsi degli avvenimenti che hanno portato alla nascita del social network intervallato dalle cause legali che il CeoNerd Zuckerberg ha dovuto affrontare da parte dei gemelli Winklevoss (che lo accusano di avergli rubato l’idea) e infine dal suo miglior amico finanziatore e co-fondatore Eduardo Saverin. Poca allegria, molta tensione e una buona dose di pentimento, sensazioni perfettamente palpabili dalla prima traccia Hand Covers Bruise che accompagna la passeggiatine per Harvard di Zuckerberg dopo la rottura con la fidanzata e verso la creazione del prototipo di FB: FaceMash avvenuta in una notte frenetica accompagnata dall’ipnotizzante seconda traccia In Motion, uno di quei pezzi che rimangono incastrati nella testa e si rifiutano di andarsene. Le sonorità sono elettriche, metalliche, a volte rumorose (A Familiar Taste), possono ricordare il lavoro dei Dust Brothers su Fight Club miscelato ai Ghost I-IV (album strumentali dei NIN usciti nel 2008 registrati assieme ad Atticus). Reznor sa bene come far crescere o assopire la tensione sulla pellicola utilizzando anche pezzi al limite del minimal come I Catches Up With You o velocizzando i battiti cardiaci in “loop” dalle potenzialità molto dark come Intriguing Possibilities. Sicuramente da sottolineare la traccia 12 In the Hall Of The Mountain King, revisione in chiave Wendy Carlos/NIN del pezzo classico di Edvard Grieg (nel poema drammatico Peer Gynt conosciuta come “nell’antro del re della montagna”). Concludendo: penso sia la migliore colonna sonora del 2010, in testa per la corsa ai prossimi Oscar come Best Score. Il disco è scaricabile dal sito della Null Corporation (l’etichetta indipendente di Reznor) o acquistabile in cd, hd Blu-Ray Audio e vinile, a voi la scelta.

Nathan Barr – True Blood

novembre 30, 2010

TRUE BLOOD
Nathan Barr
Varese Sarabande 2009.
Bè, penso che True Blood sia una delle serie più innovative degli ultimi anni e scommetto che questa affermazione farà storcere il naso a quelli che considerano innovazione esclusivamente cose enigmatiche, ermetiche o dagli esaltanti effetti speciali. Per chi non conoscesse la serie: la protagonista telepatica (Anna Paquin, premio Oscar per Lezioni di Piano) vive in un piccolo paludoso paese della Louisiana, mentre i vampiri cercano di integrarsi tra gli umani (questo grazie alla creazione di sangue sintetico: il True Blood appunto) lei si innamora di uno di questi, e da qui cominciano diverse storie che si intrecciano con diversi personaggi. Alan Ball, il creatore di True Blood, vuole Nathan per la colonna sonora della serie, lui ovviamente accetta, anche perchè sarà il suo primo lavoro da solista.. nel senso: unico compositore per tutta la serie e unico musicista nella maggior parte dei pezzi creati dato che ogni singolo strumento è infatti suonato dallo stesso Barr, anche i più esotici come trombette tibetane, un’armonica a bicchieri o pianoforti semismontati (più è strano e più a Nathan piace). Alan Ball chiede qualcosa che possa evocare l’esoterismo, il folklore, e le paludi della Lousiana.. un lavoro da nulla.. ma Nathan Barr magicamente ci riesce, e molto bene. Il disco intero è gradevolissimo, riesce a comunicare suspense, terrore, sentimento, e le paludi della Lousiana, per farlo ovviamente non ha usato un’orchestra sinfonica, ma il violoncello (suo strumento primario), la chitarra, il piano e qualche altro strumento strambo dalla sua collezione privata. Ne esce fuori un disco caldo, sanguineo (ma guarda un po’..) e avvolgente, che sa bene con quali suoni direzionarti e a quali ritmi spingerti durante l’ascolto, perfettamente funzionante anche come disco a sè stante, senza conoscere minimamente la serie. Unico pezzo cantato è quello di apertura Take Me Home, interpretato da Lisbeth Scott (i due si conoscevano dai tempi della gavetta con il loro mentore Hans Zimmer), una ballata in stile southern-folk veramente ben fatta. Da sottolineare anche la stupenda Tripping, il tema dei “viaggi” sotto l’effetto del V (sangue di vampiro che se assunto dall’uomo ha effetti vicini alla LSD), mentre non sono per nulla esaltato dalla traccia finale dell’album: Love Theme (ci sarà un motivo per la sua posizione al termine del disco) che dopo aver seguito la serie per tre stagioni mi suona come un mieloso calcio nelle parti più preziose di un uomo. Ma detto questo: pollice alzatissimo per Nathan Barr, per il suo estro compositivo che altalena dal folk al classico, direi un’oscillazione più che interessante.

Marc Ribot – Silent Movie

novembre 30, 2010

SILENT MOVIE
Marc Ribot
PI Recordings 2010.
Marc Ribot non è un compositore di soundtracks. Marc Ribot è un grandissimo chitarrista dall’intensa sensibilità, già collaboratore di Tom Waits, John Zorn, Elvis Costello e anche il nostro Capossela. Tecnicamente questo soundtrack è di un film inesistente.. magari frutto di un decoupage di molti film mai girati. Andate mai a zonzo con l’ipod inserito nel cranio? Magari immaginando che la musica che state ascoltando sia il tappeto sonoro della scena che state vivendo? Ecco Ribot si deve esser chiesto: perchè non mi faccio da solo questa mia personale colonna sonora? Magari ispirandomi ai film che mi immagino di vivere, proprio come ho fatto con la sonorizzazione di The Kid al Merkin Concert Hall durante il NY Guitar Festival. Bè: lo ha fatto e Silent Movie è il risultato. Tredici pezzi di guitar solo dalle atmosfere minimali, altamente evocative spingono chi ascolta a immaginare lo svolgersi di una scena del proprio film personale che si srotola man mano che le tracce si susseguono senza stacchi eccessivi e senza invadenze, lasciandoti lo spazio necessario per tua creazione. All’interno dell’album troviamo diversi mood, alcuni più evocativi di altri: pezzi come Flickr, Solaris, Fat Man Blues, The Kid ci aiutano molto con i loro titoli e la loro particolarità da “something theme”. Non sono da meno Requiem for a Revolution e Postcard from N.Y. che partono con un intro rumoroso quasi infernale prima di approdare alle dita e alla chitarra di Ribot. Stupenda anche l’interpretazione di Sous le Ciel de Paris (dal film Sotto il Cielo di Parigi di Julien Duvivier) con un finale sospeso. Un disco morbido, stimolante, da sottofondo perpetuo.

Bear McCreary – Battlester Galactica : The Plan / Razor

novembre 30, 2010

BATTLESTAR GALACTICA : THE PLAN / RAZOR
Bear McCreary
La-La Land Records 2010.
Per chi non conosce Battlestar Galactica provo versare il succo del discorso: gli uomini creano i cycloni (robot-umanoidi), questi prendono coscienza e considerano gli umani fonte di ogni male quindi decidono di sterminarli tutti. Il tutto si svolge 150.000 anni fa. Aspetta: aggiungo altri due nomi: Isaac Asimov, Philip K. Dick. E’ un sunto scarno, ma riassumere la Galassia Battlestar in poche righe è come riassumere il Signore degli Anelli in una cartina dei baci perugina. La serie è composta da una miniserie iniziale, quattro serie consecutive, e tre television movies: Caprica (il prequel), The Plan e Razor composti da materiale filmico inedito e collages di sequenze prese dalle serie, il tutto per approfondire le vicende che ruotano attorno alla Galassia Battlestar. Idem per questo disco: che è una specie di Best Of dei 5 soundtracks precedenti. Bear McCreary (classe 78) si avvicina al mondo delle colonne sonore ai tempi dell’università (USC Thornton School of Music) lavorando al progetto di ricostruzione del lavoro di Elmer Bernstein per Kings of the Sun. Dopo un po’ di gavetta nel 2003 approda al progetto Battlestar Galattica (miniserie) assieme ad un altro compositore: Richard Gibbs, che lo abbandona al termine delle registrazioni. Tutto il soundtrack successivo è nelle mani del solo Bear con la collaborazione della sua ragazza Raya Yarbrough: la voce che sentiamo nella prima traccia Apocalypse. In generale il taglio scelto da McCreary è quello della solennità, come se ogni pezzo facesse da sottofondo ad un momento cruciale. Sicuramente la maggior parte dei brani ha un eco militaresco da battaglia (e non poteva essere altrimenti) costruito su una ritmica fatta di percussioni in marcia, vedi Apocalypse part 2 e Attack on Scorpion Ship, sempre sovrastate da uno strumento che espone il tema del pezzo; tale strumento è spesso qualcosa di “atipico” per un’orchestra classica, come il duduk (strumento armeno simile al flauto) in Razor Main Title Track, il bansuri (altro flauto ma questa volta di origine indiana) in Pegasus Aftermath e il quasi-sempre presente erhu (una specie di violino cinese a due corde). In sostanza possiamo dire che siamo davanti ad una colonna sonora per il piccolo schermo che può tenere banco ad un qualsiasi altro lavoro creato per il grande schermo. E’ la conseguenza dell’evoluzione delle serie televisive, in grado ormai di gareggiare con le pellicole per qualità di regia, tecnologia e contenuti.

Electrig Flag: An American Music Band – The Trip

giugno 30, 2010

THE TRIP
ELECTRIC FLAG: AN AMERICAN MUSIC BAND
Curb Special Markets 1967
Questo è uno dei primi film che vede Hopper in una parte importante, dove regala al pubblico un personaggio distante dalla tipica frenesia che lo ha contraddistinto durante la sua carriera: in questo caso interpreta semplicemente un pacifico consumatore di acidi. The Trip, diretto da Roger Corman, scritto da Jack Nicholson, interpretato da Peter Fonda e Dennis Hopper, rappresenta l’apri porta ad Easy Rider. E’ un film sperimentale nella stesura della sceneggiatura (in parte ispirata alle pagine più in acido di Kerouac), psichedelico nella regia, nella visione e nella colonna sonora. Gli Electric Flag vengono chiamati da Fonda per sostituire gli International Submarine Band di Gram Parson troppo rigidi per un film sull’LSD. Non ci sono problemi invece per gli Electric che proprio con The Trip inaugurano la loro brevissima carriera su vinile, dall’estro di Mike Bloomfield, Buddy Miles e Barry Goldberg esce un sound poliedrico che sa adattarsi bene ai sali e scendi di Fonda nello svolgersi del film, e non solo nei momenti di acidosi acuta. Chi infatti si aspetta un disco in LSD sbaglia di grosso, è più un disco per LSD dal quale sfociano diverse influenze sonore, dall’orientaleggiante Synesthesia ad una Pickettiana Home Room, senza tralasciare la forte influenza del free-jazz e del bebop nelle improvvisazioni di sax. Ogni pezzo è frutto di una ricerca sonora con influenze psichedeliche rappresentate per lo più da hammond, sintetizzatore e chitarre effettate come ad esempio in M-23. Un disco quindi abbastanza singolare nel panorama psichedelico degli anni ’60, composto in maniera intelligente e ponderata, sicuramente la migliore uscita degli Electric Flag in tutta la loro breve ma influente carriera.

Carmine coppola and Francis Coppola – Apocalypse Now Redux

giugno 30, 2010

APOCALYPSE NOW REDUX
CARMINE COPPOLA and FRANCIS COPPOLA
Nonesuch 2001
Altro film che vede un’interpretazione straordinaria di Hopper è senza ombra di dubbio Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, una produzione travagliata che diverrà una pietra angolare nel tempio della settima arte. Compositore in questo caso è il padre di Francis: Carmine, nasce a NY nel 1910, studia alla Juilliard, suona nell’orchestra di Toscanini e collabora sin dall’inizio con suo figlio Francis, anche se il riconoscimento più grande lo avrà assieme a Carroll Ballard per The Stallon. Oltre ad essere una colonna sonora cult per le sue tracce esterne (Doors, Creedence, Wagner) e una vincente collaborazione padre-figlio, l’opera di Coppola Senior per Apocalypse Now rappresenta a pieno titolo il concetto di esplorazione, e non stiamo parlando solo di giungle e fiumi, ma della dispersione della razionalità dell’uomo in posti alieni e in situazioni anti-umane. La partitura inizialmente scritta per un’orchestra è stata eseguita con l’uso di sintetizzatori e il suono che ne scaturisce è quindi freddo, distante dalla corposità che avrebbe dato un’orchestra. Lo si può riscontrare immediatamente in The Delta dove un sound alla Blade Runner si unisce ad infinite carrellate di paesaggi giungleschi e acque torrenziali marroni, anche se la più inquietante è senza dubbio Chef’s Head seguita da una terribile e quasi monotonale Kurtz Chorale. Se il film entra sotto la pelle è sicuramente anche grazie all’astuzia compositiva dei due Coppola che hanno trovato il metodo giusto per disorientare l’ascoltatore, spaesarlo, farlo sentire come una lumaca sulla lama di un rasoio.

Angelo Badalamenti – Blue Velvet

giugno 30, 2010

BLUE VELVET
ANGELO BADALAMENTI
Varese Sarabande 1990
Forse la più grande interpretazione di Hopper: Frank Booth. Colonna sonora uscita solo quattro anni dopo il film, sancisce l’inizio dell’eterna amicizia Badalamenti-Linch. Registrata con la Film Symphony di Praga presenta lo stile di Badalamenti ancora in evoluzione ed è infatti riscontrabile sin da subito una forte influenza del massimo compositore hitchcockiano Bernard Herrmann. In Night Streets e nel tema di Frank è possibile scorgere alcuni richiami al main theme di Vertigo e The Knife di Psycho, anche se qualche tema avvicinabile al tipico stile di Badalamenti è ritrovabile nella stupenda Mysteries Of Love (French Horn Solo) composta assieme a Lynch stesso e nei jingle di Lumberton U.S.A. Il disco non è certo dei più allegri, infatti non si accontenta semplicemente di accompagnare la scena, ma anche di appesantirla, tanto quanto faceva la Quindicesima sinfonia di Shostakovich (lo stesso compositore del main theme di Eyes Wide Shut per intenderci) fatta ascoltare da Lynch al cast prima delle riprese: Jeffrey’s Dark Side ne è un ottimo esempio. Il tema di Frank e Frank Returns sono sicuramente le tracce più rappresentative dell’album, i toni gravi , i sali-scendi di archi e le interruzioni dei fiati a mo’ di clacson da tir in corsa sono il riassunto delle sensazioni emanate da Badalamenti per il capolavoro Lynchano, quasi cucito addosso ad Hopper. Rimane quindi un’opera importante per i fan di Lynch e soprattutto per gli ammiratori di Badalamenti, che hanno l’occasione di ascoltare le sinfonie del maestro in piena evoluzione.

Critopher Young – Sleepwalking

giugno 30, 2010

SLEEPWALKIN
CHRISTOPHER YOUNG
Lakeshore 2008
Una delle ultime fatiche di Hopper, con un ruolo non certo principale, ma sono quei pochi minuti che valgono il biglietto. Christopher Young è invece un super-prolifico compositore che spazia dall’horror al fantasy, dall’avventura al dramma: come in questo ultimo caso. Sleepwalkin è infatti un film drammatico-adolescenziale diretto dal debuttante William Maher e mai uscito nei cinema italiani (nonostante sia uno strappalacrime da 5 stellette). Christopher decide di amplificare il caos emotivo dei personaggi con ulteriore caos, a partire dalla stessa Sleepwalking. Con pochi elementi basilari in cui il piano fa da padrone decide di dare un atteggiamento sfumato e centellinato (Twisted hearts, Broken Souls) più o meno ad ogni pezzo, mantenendo sempre un tappeto di archi non definito che funge da sottofondo riverberato continuo; lo stesso pianoforte sembra essere suonato con il pedale abbassato per non suddividere troppo chiaramente le note (Three Angels Underground, Sparkie Road). Pochi elementi, temi minimali e sfumati sono gli ingredienti di Sleepwalking, siamo nella situazione cui la musica funge da ottimo riempitivo o poco più; non è infatti presente in tutte le scene e spesso è confinata in pochi secondi. La traccia più rappresentativa è sicuramente Heavens To Be Had, un pezzo crepuscolare quanto lo è la fotografia della pellicola per almeno metà del film.

Irmin Schmidt – Palermo Shooting

giugno 30, 2010

PALERMO SHOOTING
IRMIN SCHMIDT
Mute Records 2008
Dennis Hopper è la morte. Palermo Shooting è un film che ha diviso la critica, c’è chi dice che Wim Wenders abbia perso il suo tocco e chi sostiene che sia l’ennesima prova di un talento senza fondo. In poche parole: Finn è un fotografo di fama internazionale con la maledizione del vortice consumistico, ultra-produttivo, senza sonno, con un cellulare che squilla in continuazione e le cuffie perennemente nelle orecchie a designargli una colonna sonora personalizzata di Varius Artist. Finn decide di resettare tutto e ricominciare a Palermo. Per il soundtrack vero e proprio dell’opera è stato scelto Irmin Schmidt, leader della storica band avant-garde tedesca CAN e con una buona esperienza compositiva alle spalle. Come in tutti i film di Wenders la musica sostiene un ruolo non secondario alle altre componentistiche della pellicola, Schmidt ha utilizzato tre varianti in tutto l’album: dei soli di fisarmonica (Flavia Theme), dei soli di tromba (Strange Luck), delle composizioni caotiche (Dream I II III). Se nel primo caso i temi sono semplici e con poche variazioni, nel secondo sono impregnati di musica jazz grazie alla collaborazione di Markus Stockhausen nella stesura. Nonostante questa lampante suddivisione di genere il disco rimane comunque in un corpo unico, sempre vicino al metafisico, all’onirico, lento e lontano, analogico.


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