Limbo – Martin Stig Andersen 2011

gennaio 4, 2012

Definire Limbo è decisamente complesso, “videogame” è riduttivo, “prodotto artistico” forse ne trascura l’aspetto ludico… proviamo con un ultimate scrolling cinematic platform, nel quale possiamo trovare i geni di innovativi videogame come Mission Impossible (Commodore 64), Prince of Persia e molto Another World (Amiga). E’ come tornare un po’ back to the early 90s: tasti direzionali + un pulsante e scrolling bidimensionale con l’upgrade delle tecniche di oggi e sopratutto la totale libertà stilistica nello sviluppo di tutte le sue parti, inclusa quella del soundtrack. Martin Stig Andersen viene contattato verso la fine della produzione, esisteva già un trailer e un ordine: coinvolgere e cercare di far entrare il più possibile il giocatore nel Limbo. Direi che il lavoro di Martin ha contribuito molto in questa direzione e la sua specializzazione in musica acusmatica ha sicuramente dato i suoi frutti, infatti più che ad un soundtrack bisognerebbe parlare di un soundscape i cui suoni sembrano arrivare da lontano senza una ben definita fonte di diffusione e si mescolano fluidamente con la musica in modo da creare un’atmosfera perfettamente in linea con la fotografia del gioco. La elementarità degli ingredienti su cui si forma l’atmosfera del gioco (musica inclusa) permette al player di creare in gran parte il proprio Limbo amplificando così l’interattività del puzzle videogame. Questa libertà viene a meno quando lo desidera il gioco, nei momenti che richiedono un tipo di attenzione diversa e che Martin mette più a fuoco il soundscape facendo uso di musica orchestrale (Boys’ Fort) o amplificando drammaticamente i suoni (Rotation Room) calibrando così la concentrazione e stimolando i riflessi del giocatore. Insomma un ottimo contributo quello di Martin che mantenendo la sua autonomia e sposando l’intento generale del gioco ha contribuito in maniera molto tangibile ad un prodotto finale destinato a divenire un punto di riferimento nell’evoluzione dei videogame.

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Drive – Cliff Martinez 2011

ottobre 31, 2011

The Lincoln Lawyer, Contagion, Drive : i tre lavori di Martinez in un 2011 che deve ancora terminare. Pellicole molto distanti tra loro che trovano un punto di raccordo nell’adattabilità del loro soundtracker, caratteristica sempre appartenuta a Martinez, capace di passare dalla batteria di Captain Beefheart a quella dei Red Hot Chili Peppers come niente fosse e poi approdare al mondo delle colonne sonore: prima in TV con il programma per bambini Pee Wee’s Playhouse e poi alla settima arte divenendo il compositore feticcio di Soderbergh da Sex Lies + Videotape a Solaris. Drive svela un Martinez più minimalista del solito, in grado di creare equilibrio nella Los Angeles insolitamente ordinata del regista danese Nicolas Winding Refn. Le soggettive notturne dalla macchina che attraversa la città con le sue luci e insegne al neon fuori fuoco sono perfettamente accompagnate da un suono non definito e laconico che si sposa alla perfezione con il Driver (Ryan Gosling). Solo di tanto in tanto alle sonorità fortemente ambient si aggiunge qualche ritmo in lontananza che va e viene per dare un po’ più di dinamismo ai momenti troppi quieti, cosa che non accade nei momenti di azione nei quali la musica sparisce del tutto, in totale disaccordo con il format “pompare il pompabile” e “accellerare l’accellerabile” a suon di note tipico degli action movie. Questo spiega la pacatezza delle composizioni di Cliff Martinez, che hanno lo scopo di bilanciare l’energia dello schermo anche nei momenti più crudi e movimentati. Lodevole anche la scelta dei suoni dal retrogusto synth-pop 80s, in questo modo si coordinano perfettamente con le tracce esterne di Kavininsky & Lovefoxxx, Collage e Desire scelte ancor prima della chiamata di Cliff Martinez… chiamata che sembra esser giunta un mese e mezzo prima del final cut, tanto che nei titoli di testa figura “music by Angelo Badalamenti”..

..la prima scelta della produzione, che però ha rifiutato all’ultimo la collaborazione: solo in questo caso mi permetto di dire “e per fortuna!” dato l’eccellente lavoro di Cliff Red Hot Beefheart Martinez che sicuramente ha aiutato Nicolas Windindg Ferf ad aggiudicarsi il premio come migliore regia a Cannes.

Freaked – Kevin Kiner, Blind Idiot God, Butthole Surfers 1993

luglio 18, 2011

Una chicca. Freaked (in Italia Sgorbi) è un film del 1993, una pietra angolare nel tempio del trash di inizio anni novanta con tutto il meglio di quello anni ottanta ancora da smaltire. Un film in cui Mr.T interpreta la donna barbuta e Keanu Reeves l’uomo cane… in ogni caso uno dei film popcorn più divertenti che abbia mai visto. Freaked presenta una colonna sonora di tutto rispetto, la base è composta da Kevin Kiner conosciuto sopratutto per aver lavorato in serie televisive fantascientifiche come Star Gate, Enterprise e Star Wars: The Clone Wars. I pezzi più incisivi sono invece stati scritti o reinterpretati da due gruppi fondamentali dell’hardocore punk americano: Blind Idiot God e i Butthole Surfers (chicca: quest’ultimi ispirarono il nome dei Marlene Kuntz con il loro pezzo Kuntz, appunto), tutti coinvolti nel progetto da Greg Ginn: fondatore e chitarrista dei Black Flag e produttore delle due band in causa sotto la sua etichetta SST Records. Si parte con il botto, la prima traccia eseguita dai Blind Idiot God è Freaked composta e cantata da Henry Rollins (ex testa dei Black Flag) che ci seppellisce con una frana di FreakFreakFreakFreak! senza tregua, il punkcore nei titoli di testa fanno capire immediatamente che non sarà un film da pasteggio, e le tracce successive non sono da meno. Una su tutte è Wienerschnitzel Polka interpretata da Bobcat Goldthwait (meglio noto come Zed di Scuola di Polizia) in cui Polka e Punk si uniscono in un tripudio di suoni, versi e rumori in perfetta sintonia con il film. Dal ritmo scatenato anche Gluehead Stomp dei Blind Idiot God e la già edita Sweat Loaf dei Butthole Surfers (da Locust Abortion Technician). Il disco si chiude in perfetto stile 90’s con la traccia di chiusura Hideaous Mutant Freekz, pubblicata tre anni dopo nell’album degli Axiom Funk  Funcronomicon, una sorta RapFunkPunk che sancisce la fine di un disco e di un film che trasuda energia, confusione ed esagerazione.

Scott Pilgrim VS The World – Nigel Godrich 2010

luglio 8, 2011

Ci sono alcuni film che vanno visti una volta sola a causa della loro pesantezza, e altri che hai paura a vedere una seconda volta per non perdere la freschezza della prima visione. Scott Pilgrim vs. the World fa parte della seconda categoria. Tratto da un fumetto la storia è ambientata in un frullato tra vita reale e videogame, con un colpo di scena dopo l’altro, un montaggio mozzafiato e senza mai un calo di ritmo. La colonna sonora ovviamente si muove nella stessa direzione, Nigel Godrich (produttore e vedetta sonora dei Radiohead) fa un lavoro eccellente partendo in quinta con la sigla della Universal in 8bit, e spara in successione altre 37 tracce per un totale di poco più di un’ora, questo per farti capire come nel giro di pochi minuti le situazioni si capovolgano totalmente prendendo una piega inaspettata, si passa dalla chillout Love Me Some Walking alla sfrenata Fight! da videogame in pochi secondi. L’utilizzo di suoni a 8bit miscelati con basso chitarra e batteria è stata una scelta azzeccatissima che si sposa con i combattimenti tra le band (nota: i pezzi dei Sex Bob-Omb sono stati composti da Beck) e tra Pilgrim contro i 7 Malefici Ex. I brani contengono anche molti speech tratti dal film che ti catapultano immediatamente nella scena la cui traccia fa da score: Death To Hall Hipsters. Da sottolineare due pezzi da battaglia Katayanagi Twins vs. Sex Bob-Omb, e la Bass Battle contro il malefico vegano. E da non trascurare i tre pezzi bonus realizzati da Osymyso Love, Ramona e Prepare. Insomma avete capito: non c’è una traccia migliore delle altre, tutto è ad un livello molto alto. Da tenere in macchina per quelle volte che si torna a casa leggermente cotti, il mantenimento dell’attenzione è garantito.

The Tree of Life – Terrence Malick 2011

luglio 4, 2011


Difficile da recensire questo lavoro. Ho dovuto aspettare un po’ di giorni per scrivere questa recensione, ho dovuto raffreddare mente e corpo dopo la visione del film per trovare l’equilibrio corretto. The Tree of Life non è un film: è un’esperienza cinematografica. L’albero della vita è costituito da rapporti, con la natura, con i fratelli, con i genitori, con il bene, con il male, con Dio: non limitatamente al suo significato biblico, ma come figura-causa della vita e che si ritiene responsabile di essa. La frase cardine di tutto questo discorso è pronunciata dalla madre nella parte iniziale del film: “Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura, e la via della Grazia. Sta a te decidere quale delle due seguire”. Il caos della Natura, e la rassicurazione della Grazia, imput che abbiamo già incotrato in Antichrist di Lars Von Trier, ma che in questo caso vengono analizzati in un quadro più grande e in maniera drasticamente differente. Questa volta non c’è una divisione vera e propria, le due vie in realtà si incrociano all’infinito annientandosi nella definizione, ossia: la retta via porta sì alla grazia, ma ad uno stadio superiore a quello della natura in cui si svolge la vita. Si potrebbe dire che in realtà tu non hai una vera e propria scelta, ma devi vivere il caos nella vita con una prospettiva di grazia, ricercare questa grazia nel caos darebbe una lettura errata della benevolenza divina. Sulla pellicola questo discorso viene visionato in un milshake di flashback e Big Bang in cui le visioni di dio, padre, madre, figlio prendono luce. Ognuno di loro (ad eccezione di dio) vive il propria versione del Libro di Giobbe, ed ognuno di loro trova una personale via della grazia che va oltre la propria vita tangibile. La versione più sentita è probabilmente quella del figlio (figli lo siamo tutti) dove Malick ci spinge in maniera commovente a vivere sensazioni, belle o brutte, che avevamo dimenticato o abbiamo creduto di aver vissuto. Il complesso di Edipo che porta a farsi domande sul proprio padre fino al punto di provare odio, l’identificazione della propria madre nella figura fiabesca dineyana della Fata Turchina “comportati da bravo bambino e sarai premiato” e Biancaneve (quando la si ritrae in una bara di cristallo nel bosco) + l’innamoramento per una figura simile a quella materna rientra in pieno nel discorso Odia il Padre Tuo, Fatti Madre Tua. Il nocciolo del film viene rivelato in chiesa dove si tiene una predica su Giobbe (appunto): comportarsi in maniera retta non significa essere vaccinati contro le sofferenze e le ingiustizie, queste colpiscono bendate, l’importante è non vedere in questi avvenimenti la mano di Dio, dal quale pretendi attenzione e non la trovi, altrimenti darai del vendicativo all’essere che ha creato l’universo. Questo perché ritieni che la morte di un figlio sia un’ingiustizia divina. Avere un’idea storpiata del giusto e del torto è una caratteristica propria dell’uomo, che ha preteso, contro il volere divino, di apprendere il significato del bene e del male mangiando dall’albero della vita, facendosi in questo modo il solo responsabile della propria via: quella della natura.

Ottima la regia, gli attori, il soundtrack, un linguaggio spietato elevato da immagini incredibili.

Hanna – The Chemical Brothers 2011

giugno 28, 2011

Primo film d’azione per Joe Wright (Espiazione, Orgoglio e Pregiudizio), sullo schermo troviamo una strepitosa Saoirse Ronan (Amabili Resti), Eric Bana (Munich) e Cate Blanchet (non c’è bisogno di scrivere quali film ha fatto). E prima colonna sonora per i Chemical…. superlativamente riuscita. Il fatto che la musica techno e dance d’autore funzionasse con i film d’azione lo avevamo già capito in Tron Legacy, ma l’accostamento ad un film che è anche fantascientifico è un discorso, qua ci troviamo con un film d’azione classico: CIA, vendetta, spionaggio, esperimenti con DNA, dove far combaciare musica in codice binario in un ambiente reale è più difficile, non per i Chemical Brothers. Il primo assaggio lo abbiamo dopo venti minuti di pellicola, ma sono per lo più sonorità vicino ai sound effects (Chalice1, The Forset) che a musica vera e propria, questa la troviamo per la prima volta in Escape 700 che dopo un inizio lento di suspance scandisce ritmicamente il montaggio quasi da videoclip che accompagna la nostra eroina nella fuga. Spesso i pezzi presenti nel disco si trovano solo in parte o leggermente detunzterizzati nel film come per esempio The Devil Is In The Beats dove la voce robotica che intona “Rock The Beat” viene cancellata e i “tunz” smorzati. Raramente i pezzi dei Chemical fanno da padrone nella soundboard della pellicola, spesso le tracce mantengono un “basso profilo” e funzionano come un soundtrack classico (Quasyside Synthesis o The Sandman) ma ci sono pezzi etichettabili Chemical Brothers 100% come Banholf RumbleContainer Park e Hanna vs. Marissa : ovviamente le scene con più azione, dove la cassa si fa più dritta e i volumi e i ritmi sono in ascensione. Da evidenziare Hanna’s Theme presente nel film solo nella Vocal Version nei titoli di coda, che descrive alla perfezione la protagonista, innocenza e spietatezza, sogno e calcolo. Pensandoci a modo, tutti il disco può essere riassunto in Hanna’s Theme, in sogno e codice binario.

Black Swan – Clint Mansell 2010

maggio 30, 2011

 

 

Black Swan. Non penso che sia stata una passeggiata la realizzazione di questo soundtrack, ma al nostro amico Clint le cose semplici non sono mai piaciute troppo, sin dalla prima collaborazione con Darren Aronofsky (π) nel 1998. Intanto decide fin da subito di uscire dalla scalata all’Oscar in quanto sceglie di utilizzare dei pezzi non originali appartenenti al Lago dei Cigni di Tchaikovsky, ma come usarli? Come una scatola di puzzle da cui prendere qualche tassello a caso? Non penso, piuttosto come una pista da seguire, o dalla quale farsi volontariamente trainare controvoglia (un paradosso no?). Eppure sin dalla prima traccia Nina’s Dream il discorso pare proprio questo, comincia esattamente come il Lago dei Cigni ma dopo neppure venti secondi siamo travolti da un’inquietante suono metallico spaesante che fortunatamente ci riconduce immediatamente sulla traccia originale-ma-non-troppo: se le note di Tchaikovsky a volte ci paiono inquietanti, maneggiate da Mansell diventano indubbiamente spietate. Clint confessa, rischiando di fare la figura dell’arrogante, che non si è sentito minimamente intimidito da Tchaikovsky.. in quanto non presente sul podio del direttore d’orchestra, piuttosto pensava all’intenzione di Aronofsky e a quanto poterla tenerla per mano durante la direzione. Il fatto di usare nella maggior parte dei pezzi alcuni tasselli del lago dei cigni e di mantenere comunque in maniera costante le sonorità caratterizzanti il compositore russo aiuta l’intento di Mansell: creare colonne sonore di cui nessuno si accorge. E’ un album che si rifiuta di mantenere la pace, ogni volta che tutto sembra filare liscio nelle armonie… eccolo lì il fantasma di Tchaikovsky che si vendica facendo sprofondare le sue composizioni in vortici oscuri dalla pelle d’oca, nella stessa maniera in cui le implicazioni psicologiche di Nina la fanno sprofondare nell’oblio arrivando ad una progressiva destrutturazione totale, ma necessaria per l’intento scenico. E’ appunto in questi momenti di totale distacco dalla propria identità da cigno bianco che Mansell si trova ad essere più lontano dalle sonorità russe: Love Yourself, Opposites Attract. Possiamo chiaramente parlare di trasposizione sonora del film su disco, sicuramente non è da usare come sottofondo per una domenica piovosa da passare in casa con il camino acceso e un libro da leggere..

Tron Legacy – Daft Punk 2010

maggio 25, 2011

Se siete dei lettori fedeli ricorderete che ho recensito la colonna sonora di TRON nel Giugno del 2009, e già i rumors parlavano di un TRON 2.0 il cui soundtrack poteva essere affidato ai Daft Punk… bene, eccoci qua. Vi dico da subito che come ho trovato TRON Legacy il degno successore di TRON (1.0) trovo questo lavoro dei Daft Punk alla stessa altezza del capolavoro di Wendy “dammi-la-mazza” Carlos. Il duo francese si trova per la prima volta a dover realizzare un soundtrack completo per un film, e non un film qualunque, ma il sequel di una delle più importanti pellicole del secolo scorso (almeno a livello simbolico) in quanto la prima in assoluto ad usare la computer grafica nella storia del cinema e a tentare la rappresentazione di un cybergspazio ancora da scoprire (non è un caso che Lev Manovich lo citi ripetutamente nella bibbia 2.0 Il Linguaggio Dei Nuovi Media). Un film dunque che può rappresentare un punto cruciale nello sviluppo del digitale nell’arte, qualunque essa sia… diciamo che nella musica comincia ad essere meno elettronica e più digitale (ma qua si entra in un conflitto di terminologie che può finire nel vuoto). Anyway : i Daft Punk ci provano e ci riescono egregiamente. Innanzi tutto capiscono subito di non potersi muovere esclusivamente con una drum-machine e un synt, meglio un’orchestra di 90 elementi ed accettare la sfida: quindi ancora più a ritroso rispetto a Wendy “dammi-la-mazza”. Pezzi come Overture e sopratutto Adagio for TRON sono degni delle più alte composizioni classiche per soundtrack, e non hanno nulla invidiare a nomi come John Wlliams o Zimmer. E quando questo classicismo si sposa ad un codice binario come in Recognizer o The Grid (dove Jeff Bridges ci piazza un mini monologo) creando un retro-futurismo da pelle d’oca bè… abbiamo fatto centro. Non mancano i pezzi più tipicamente daftpunkiani come End of Line o Derezzed che in scene di azione pura pompano l’enfasi del movimento come raramente si è sentito/visto fare da una colonna sonora, ed è proprio questo il bello di TRON Legacy, c’è una sintonia equilibrata tra arti diverse, le immagini non fanno da padrone, la regia non fa da padrona e la musica assume lo stesso rilievo degli altri elementi facendoti percepire il film come un’opera d’insieme più che una pellicola da popcorn. Un album che quindi si regge da solo, vario, molto intenso ed imaginifico… retro-futuristico.

Kick Ass – Henry Jackman, Marius Vries, John Murphy, Ilan Eshkeri, Danny Elfman 2010

maggio 22, 2011

Sicuramente uno dei più bei film sui supereroi (o quasi) realizzato da 10 anni a questa parte. Matthew Vaughn (produttore, sceneggiatore e regista statunitense) riesce ad unire in maniera egregia diverse tipologie di film in un unico affascinante prodotto: Kick Ass, un pulp-action-superhero-movie che si è inzuppato in un campo ironico-comico. Il soundtrack è un’interessante collaborazione tra diversi grossi nomi della produzione hollywoodiana, dinanzi a noi abbiamo infatti Henry Jackman (Pirates of the Caribbean, The Da Vinci Code), John Murphy  (Sunshine, 28 Days Later), Ilan Eshkeri (Hannibal Rising, Streght and Honour), il produttore Marius de Vries e con una sola traccia (Walk to Rasul’s) Denny Elfman. L’intero album sembra comunque esser concepito da un’unica sensibilità artistica, insomma diciamola tutta.. le colonne sonore per supereroi hanno degli elementi caratteristici comuni molto marcati: andirivieni di archi in crescendo con fiati pronti a rendere tutto molto più solenne ed importante, momento di tensione massima verso la fine e conclusione distensiva. Ed è proprio quello che ci aspettiamo in un film di supereroi, non vogliamo sentire altro. I cinque sopracitati hanno seguito le leggi canoniche sopracitate, forse pure troppo, ma con molta probabilità si tratta di una scelta stilistica per ricordare allo spettatore che in fondo si tratta pur sempre di una commedia, altrimenti non riuscirei a spiegarmi la melodia di The Battle Hymn Of The Republic in A Punch In The Chest, ne tantomeno i due pezzi riciclati da John Murphy: Strobe è Adagio in D Minore dalla colonna sonora di Sunshine e Big Daddy Kills è In The House – In A Heartbeat da 28 Days After, per non parlare di MistMobile palesemente ispirata al tema di Elfman di Batman. L’intero disco sembra essere un gioco tra compositori che si cimentano nel citazionismo incrociato in diverse occasioni, e questo è perfetto per un film creato sul voler dare la propria versione del supereroe pur non avendo superpoteri: lo si capisce da subito con la prima traccia The Armenian Superhero che presenta un milkshake di intro delle più famose sigle telefilmiche americane sugli dei in calzamaglia e mantello. L’album si srotola passando da sonorità super-ego (es: Man In The Mirrow) e alter-ego (es: Forcefield) in maniera piacevole, anche se non abbastanza per reggersi da solo senza immagini. Trovo comunque azzeccatissima la scelta di dare il soundtrack in mano a più compositori: il risultato è ottimo sia dallo stereo che sullo schermo. Particolarmente indovinate anche le tracce esterne (non presenti nell’album ad eccezione di Stand Up dei The Prodigy), in particolar modo Banana Splits dei The Dickies nella prima scena di Hit-girl (un incrocio tra Polly Pocket e Rambo) è stra-azzeccata.

True Grit – Ethan & Joel Coen 2010

febbraio 23, 2011

I fratelli Coen tornano sul classico e come al solito: non sbagliano. Premetto che scriverò questa recensione non tenendo minimamente conto de Il Grinta del 1969. La storia come potete immaginare non è originale, ma rimane comunque accativante e avvolgente. L’atmosfera del vecchio west si respira a pieno dalle immagini, la fotografia ha giocato un ruolo primario in questo. La regia è impeccabile e in alcuni momenti è impossibile non pronunciare un’imprecazione di godimento. Ma l’elemento portante di tutte e due le ore di film è senza ombra di dubbio la recitazione. Hailee Steinfeld, classe ’96 al suo esordio cinematografico, è una bomba che ricopre il proprio ruolo con nonchalances (almeno così sembra), facendoti digerire come acqua di fonte un ruolo non facile come quello della bambina cazzuta. Jeff Bridges… bè…. Jeff Bridges…. se gli hanno dato l’Oscar per Crazy Heart qua dovrebbero dargliene tre (magari così recupera anche quello mancato per La Leggenda del Re Pescatore e qualche altro perso per strada). Jeff ha un ruolo che gli è stato cucito addosso, e più invecchia più affascina, Jeff è il buono dal grilletto facile, dal whiskey facile e dalla battuta facile.. eppure ha tutto un lato oscuro e tetro che traspare in alcuni momenti ma che non viene mai raccontato a parole o dato a pensare esplicitamente, ma per la miseria lui in un qualche modo te lo fa capire. Matt Damon.. non mi ha mai fatto impazzire ma questo giro è stato fenomenale, sopratutto nei momenti di sberleffo tra lui e Cogburn, la sua bellezza è stata il non esplicitare il suo personaggio, finisci con il chiederti sempre: ma LaBoeuf lo è o lo fa? Josh Brolin non ha avuto una parte di gran rilievo ma ha un suo perchè, piuttosto Barry Pepper (altro attorone sottovalutato da Hollywood) in pochi minuti di schermo ti racconta una vita intera solo guardando come si atteggia.

Unica nota dolente: la colonna sonora. Carter Burwell ha sempre fatto un ottimo lavoro per i Coen, ma questo giro secondo me ha sputato fuori dal vaso. Il tema portante di tutto il soundtrack è quello di Mattie Ross (la protagonista) che si basa su un inno da chiesa di fine ottocento chiamato Leaning On The Everlasting Arms, troppo miele (per i miei gusti) per un film come True Grit, anche se uno dei temi filosofici portanti è proprio la fede in dio.. bè… io avrei preferito delle sonorità vicine a quelle del trailer..  o il banjo vecchia maniera o silenzio assoluto.

Film da vedere in lingua originale : la bellezza si amplifica non di poco.